MADE Artis Comunicatio

via larga 25 - 40124 Bologna - Italy

8 COSE UTILI DA SAPERE SULLE FIRME D'ARTISTA

August 24, 2018

 

Si sà che nell'arte la "firma" è importante e, come abbiamo scritto in un precedente articolo, esse stesse sono un capitolo della stessa storia dell'arte e rappresentano una “storia nell'arte".

Quando si parla di firme d'artista, come in molte altre cose della vita, bisogna sempre contestualizzarne il senso rispetto ai tempie talvolta al luogo, per dargli il giusto valore e significato.

 

il Ritratto di Paolo III di Tiziano Vecellio 1543 olio su tela - 113,7×88,8 cm - Museo nazionale di Capodimonte, Napoli

 

Tornerà utile innanzitutto chiarire per capirci, che il termine e senso di firma d'artista, modernamente intesa, cioè il proporsi come una sorta di griffe, un marchio di moda, riconoscibile, che attesta il valore del produttore, elevando anche il valore del prodotto, e non tanto o non solo per la qualità in sè, ma in quanto prestigiosamente proveniente da un certo atelier, è una idea che arriva nell’arte solo nell'ottocento. É infatti in questo periodo che si definisce la centralità ideale della firma, che spesso sposta dall’opera al suo autore, il principale interesse; l’artista si trova a produrre in modo del tutto nuovo rispetto al passato.

 

Il Ritratto di Innocenzo X di Diego Velázquez del  Velázquez incluse la sua firma sul foglio che il Papa tiene, ma è difficile leggere la data 1650 - Olio su tela 141 cm × 119 cm - Galleria Doria Pamphilj , Roma

 

Nei secoli precedenti, in genere, il pittore dipingeva secondo un contratto di committenza e legava la propria opera all’esigenza del cliente. Nel famoso ritratto di Innocenzo X  di Velazquez (qui sopra), il papa, nato Giovanni Battista Pamphilj, è un uomo, oltre che ricchissimo, assai potente e burbero, ed era inizialmente diffidente nei confronti del ritratto di Velázquez, e pretese di vedere bozzetti ed esempi dei ritratti dell’artista prima di autorizzarlo. Un fattore che contribuì a questa “commessa” prestigiosa che sarebbe stata un grande progresso nella carriera del pittore fu che aveva già raffigurato altri membri della corte interna dei Pamphilj, quindi forse, godè di una sorta di “raccomandazione”.

 

 

Nonostante tutto il Papa rimase diffidente e cauto, e il dipinto fu inizialmente mostrato solo alla sua famiglia. Il ritratto di Velásquez fu evidentemente influenzato dall’esempio molto simile del ritratto di Paolo III di Tiziano (più sopra), ma con una sostanziale differenza per quanto riguarda l’argomento della firma: la pergamena nella mano di Innocenzo X  porta accennate sia le parole Papa che Velázquez. Questo rappresenta una vera novità, ma siamo appunto già a ben 2 secoli dal ritratto ispiratore di Tiziano, che non riporta però alcuna firma. Dall'ottocento in poi quindi, l'opera d'arte è materiale che non viene più ordinato, ma viene prodotto, precedendo il desiderio d’aquisto dell’acquirente, come avviene in una fabbrica.

Questo per inquadrare quando nasce il senso, per noi oggi comune, di firma. Ma la storia delle firme d'artista ed il loro ruolo in generale ebbe una prima svolta ed qualche tempo prima.

 

 

1 Tutto ebbe inizio con il Rinascimento


Le firme degli artisti si diffusero durante il primo Rinascimento, che vide la produzione artistica passare dai sistemi “cooperativi” delle scuole o botteghe a una celebrazione della creatività individuale. Una firma era il modo perfetto per rispondere all’esigenza di differenziare il prorio talento da quello dei colleghi, magari minori.

 

 Particolare della Adorazione dei Magi degli Innocenti​ di Domenico Ghirlandaio (1485-1488) in cui al centro l'artista si è autoritratto - tempera su tavola 285×243 cm - Galleria dello Spedale degli Innocenti, Firenze 

 

 

Il Rinascimento affidó all’arte in generale un ruolo centrale per varie ragioni che esulano però dallo stretto tema delle firme, e gli artisti furono ovviamente gli interpreti di questo rinnovato ruolo; divenendo quasi dei divi, e trovarono piacevole (ed utile) inserire se non prorio una firma, qualcosa di molto simile e forse di più; un omaggio, una dedica ad una amata, o spesso un autoritratto senza per questo pagare scotto al committente, anzi, probabilmente con vanto sia dell’uno che dell’altro. Botticelli, un esempio tra i tanti, appare in un quadro importante destinato ai Medici. Michelangelo offre il proprio ritratto nella pelle di san Bartolomeo, nella cappella Sistina. Raffaello si autoritrae nella Scuola di Atene, in Vaticano. E sono solo pochi esempi di una casistica infinita. Se volete, la ligica è simile a quella dei contemporanei “selfie”, che in fondo non sono altro che appunto la volontà di testimoniare a se stessi ma soprattutto a conoscenti e non, quell’umano desiderio dell’affermare il io c’ero, insieme e magari in confidenza con il vip, a quell’evento.

 

 

I pittori trovarono questa una formidabile formula pubblicitaria. Non solo poteva apparire, nel dipinto, il committente dell’opera o colui che l’aveva finanziata (che in questo modo promuoveva letteralmente la propria immagine politica); ma, su un altro piano, in alcuni casi nella folla, il maestro inseriva il proprio autoritratto, non tanto o non solo per eternare se stesso, quanto per legare la bellezza del lavoro al proprio volto; una sorta di primario documento d’identità, perché fosse inequivocabile che solo lui avrebbe potuto dare i propri lineamenti ad un personaggio della composizione. E dato che anche i ricchi andavano a messa, e si scambiavano visite nei palazzi o nei monasteri, era facile, in una società basata sulla ricorrenza di pochi volti, che l’autore venisse identificato immediatamente, magari da un nuovo e possibile committente.

 

Dettaglio della Pala della Cappella di S. Antonio opera di Bartolomeo Passerotti del 1565 in S. Giacomo Maggiore, Bologna. L’uccellino come firma è posto in basso a sinistra


 

Alcuni poi giocavano con qualcosa che somiglia molto ad un Rebus: è il caso del San Girolamo di Dosso Dossi, conservato al Kunsthistorisches Museum di Vienna e datato 1518. Si tratta della sola opera siglata dal pittore, non una firma scritta, bensì resa nella forma indiretta e curiosa del rebus (piu sopra) o il vezzo di Bartolomeo Passerotti, che nella Pala della Cappella di San Giacomo Maggiore a Bologna inserisce appunto un passerotto (qui sopra).

 

Il Ritratto dei coniugi Arnolfini di Jan Van Eyck del 1434 - olio su tavola - 81,8×59,7 cm - National Gallery, Londra

 

 

Opera sicuramente originale in molti sensi, ma emblematica per il tema della firma è il Ritratto dei coniugi Arnolfini del pittore fiammingo Jan van Eyck, realizzato nel 1434 (sopra). Tralasciando sua aura complessa ed enigmatica, ha acquistato una fama misteriosa, che i numerosi studi e le domande ancora irrisolte hanno alimentato quest'opera, essa segna un momento di incontro tra gli artisti che si autoritraggono nelle loro opere e il firmare le stesse.

Nello specchio convesso, nel fondo della camera degli sposi, (sotto) è riflesso lo stesso artista nell'atto del ritrarre la coppia, ed immediatamente sopra, sul muro, è scritto chiaramente "Johannes de eyck fuit hic" (Jan von Eyck fu qui) e la relativa data.

 

 

Questo dipinto poi sembra, dalle interpretazioni piu convincenti, essere la rappresentazione, con tutta una serie di simbologie relative della promessa di matrimonio a mani congiunte, che aveva valore giuridico e richiedeva la presenza di testimoni. In questo senso il quadro, con la sua esattezza fotografica, rappresenterebbe proprio il documento ufficiale dell'avvenuto giuramento, come sembra suggerire anche la particolare firma dell'artista (appunto il «Jan van Eyck fu qui»), più simile, nella forma e nella disposizione, nel bel mezzo del dipinto, a una testimonianza notarile, piuttosto che a una certificazione autografica dell'opera (come avrebbe potuto suggerire un ben più consueto "Johannes de Eyck fecit")

 

 

Nel caso di Albrecht Dürer, il cui celebre monogramma aveva un posto di rilievo in tutto ciò che faceva, dai capolavori agli schizzi frettolosi, il suo marchio "AD" (sopra) era così popolare che dovette andare in tribunale a Norimberga e a Venezia in quello che forse fu uno dei primi tentativi di proteggere quello che di fatto era un marchio e la sua paternità, con conseguente proliferazione successiva di stampe "copiate" etichettate come "dopo Dürer".

 

2 Le firme possono essere parte del processo artistico


Esistono artisti in tutte le epoche, che usano le firme come una nota a se stessi; è un modo per dire: Quel pezzo è completo, non rielaborarlo. È un marchio onesto e personale che li ferma a tornare all'infinito.

 

 

Le firme sono anche comunemente usate per tenere un registro di tempo, luogo e mezzo, tanto quanto sono un significante di un lavoro completato. É il caso di Lucio Fontana ad esempio, che sul retro della sua famosa serie di "tagli" o meglio "attese" lasciava sempre un segno, una nota, una frase dettata dal momento. Ben Nicholson invece riportava una grande quantità di informazioni sul retro delle sue tavole; non solo firmava, intitolava e datava i suoi lavori, ma a volte ha persino elencato i colori che ha usato, o l'indirizzo di dove avrebbe inviato il lavoro.

 

 

3 Tecniche diverse, firme diverse.


Non c'è fine alla varietà di firme che un artista può utilizzare, in alcuni casi aiutati anche dalla tecnica che usano, alcuni fotografi nella fase di stampa inseriscono la loro firma direttamente nell’opera. La fotografia ha sofferto sul mercato per molto tempo del timore dei collezionisti per le repliche infinite e le copie Alcuni pittori contemporanei lasciano la propria impronta digitale sulla vernice ancora fresca. 

 

 James McNeill Whistler (1834-1903), disegni di farfalle, 1890-99.  Sette disegni, penna e inchiostro, vernice bianca e grafite, con quattro riproduzioni di stampa fotomeccaniche 

 

 

Molti artisti usano simboli e variazioni sul loro nome. James McNeill Whistler ad esempio aveva molti stili diversi (era noto per il suo uso di un motivo a farfalla non solo nella sua arte, ma anche nella sua corrispondenza personale). In altri casi i marchi sono quasi completamente illeggibili, come quelli di Jean-Michel Basquiat. Aveva due firme che erano praticamente impossibili da leggere, insieme alla sua versione stampata ed alla sua "firma corona", una sorta di marchio di fabbrica

 

 

 

Sebbene queste variazioni possano sembrare confuse, possono effettivamente essere molto utili quando si tratta di riconoscere un lavoro ed anche per datarlo, visto che spesso le firme cambiano nel tempo con il cambiare dell’artista. Picasso è un esempio in questo senso: all'inizio della sua carriera ha firmato includendo il suo secondo nome come PR (o Ruiz) Picasso, poi facendo cadere l'iniziale e sviluppando una versione più decorativa. 

 

 

 

Durante il suo periodo analitico cubista ha smesso di firmare i fronti delle sue tele per non sminuire l’oper stessa, mentre in seguito ha adottato la sua famosa firma, completa di un trattino di sottolineatura. Alcuni artisti poi, spaziano tra tecniche espressive diverse, come appunto lo stesso Picasso che ha creato nella sua carriera pittura, scultura, ceramica, carta, collages e via dicendo; necessariamente al variare del materiale anche la firma veniva adattata.

 

 

 

4 Solo perché non puoi vederla non significa che non ci sia


 

Scoprire le firme nascoste può rivelare una grande quantità di informazioni perse nel corso del tempo. Nel 2015, il dipartimento artistico australiano di Christie ha scoperto una firma e un'iscrizione nascoste dall'impressionista Tom Roberts.

 

Thomas (Tom) William Roberts (1856-1931), Ritratto di Louis Abrahams

 

 

Ad una prima lettura il ritratto di Louis Abraham non c’è una firma visibile, e non vedendola, per molti anni non è stata cercata. Ma durante un lavoro di ordinaria manutenzione fu posto sotto una luce involontaria e qualcosa di impercettibile attiró l’attenzione. Fu fatto fotografare il lavoro digitalmente e chiesto di migliorare l'immagine, e così facendo si sono rivelate una dedica dall'artista alla modello, firmata e datata, sullo sfondo.

 

Particolare con la firma, da   Thomas (Tom) William Roberts (1856-1931), Ritratto di Louis Abrahams . distintamente firmato, dedicato e datato 'Tom Roberts / per / amico / Don Luis / 1886' (sopra la testa del bambino). Olio su tela. 16 x 14 pollici

 

 

Un caso ancora più insolito è quello di un disegno di Gabriel-Jacques de Saint-Aubin, il cui ritratto del re Luigi XVI è stato erroneamente considerato come raffigurante una donna, fino a circa il 2002.

Un tecnico mentre stava catalogando questo lavoro per qualche si è reso conto che "Louis Auguste" era scritto al rovescio sulla sporgenza.

 


Gabriel-Jacques de Saint-Aubin, Ritratto del re Luigi XVI come Dauphin . Inscritto 'Louis IX Dauphin de France / au duc de La Vauguyon / CHOISEUL' e inciso distintamente sulla sporgenza 'Louis Auguste' (al contrario). Gessetto nero e matita, filigrana coronata di gigli con un marchio di M. 10 x 8½ pollici (27,7 x 21,6 cm).

 

 

Sembra che nessuno l'abbia notato per ben 250 anni! Essendo scritto nella grafia tipica dell'artista, ricavabile da altri documenti e corrispondenze, dimostra sia l'attribuzione che l'identità del soggetto. 

 

 

 

5 Le false firme possono a volte nascondere buone intenzioni 


Sebbene le firme possano confermare ricerche ben fondate, possono anche essere fuorvianti. Un lotto imminente nella vendita The Former Kamerbeek Collection ha presentato un autografo spurio di Bernardus Johannes Blommers, che nascondeva la vera identità del suo creatore, il pittore olandese Jozef Israëls.

 

Jozef Israëls (1824-1911), Children in the Breakers, 1877. Firmato e datato 'Jozef Israels 1877' (in basso a destra).  Olio su tela.  77,5 x 53,5 cm. 
 

 

Probabilmente il dipinto è stato ritoccato durante la seconda guerra mondiale per oscurare il fatto che l'artista fosse ebreo e per salvare il suo lavoro dall'essere stato confiscato o distrutto. Dopo che la sua provenienza è stata messa in discussione nel 2003, la vera firma è stata scoperta nella parte in basso a destra del pezzo, e la versione falsa è stata rimossa.

 

 

6 Come individuare una firma falsa


Le firme aggiunte sono una questione chiave nel mercato, e generalmente tendono a ricadere in uno dei due campi. O è stato creato un dipinto ex novo per imitare il lavoro di un artista, insieme a una firma imitata, o si tratta di aggiungere una firma a un dipinto in un secondo momento, imitando la firma di un famoso artista, per attribuirgliela al fine di ingannare e aumentare il valore - a volte in modo significativo. 

 

Una falsa firma di Monet

 

 

In genere è abbastanza facile individuarli entrambi; il primo indizio è di tipo "deduttivo" nella realizzazione di una firma falsa c'è una concentrazione nell'esecuzione, e un modo più lento e più deliberato ed evidente che non ti aspetteresti da qualcuno che firma il proprio nome; le firme false sono spesso prive di fluidità. Dopo aver visto numerose opere firmate da un artista, si sviluppa anche una familiarità con il modo in cui firmano e scrivono. Ovviamente si può anche mettere il dipinto sotto una luce UV. Se la firma è stata aggiunta in un secondo momento, la differenza di pigmento verrà evidenziata dal flaring (sotto)

 

 

Alcuni casi sono delle sfide, come Myles Birket Foster,  un acquarellista eccezionale, ma il suo monogramma era molto semplice. Ciò lo ha reso attraente per i falsari che pensano di poter replicare il semplice 'BF' - anche se imitare la mano e le pennellate eccezionali di un maestro è molto più difficile farla franca, per usare un eufemismo. 

Esistono casi limite in cui maestri importanti si siano auto attribuiti, firmandole, delle opere non loro, magari di qualche loro allievo, per aumentarne il valore. Anche qui, il discorso della “coerenza” dell’opera con la mano dell’artista, quei piccoli segni distintivi di uno stile, rivelano l’incongruenza.

 

 

7 Firma contro Firme

 

Abbiamo visto come spesso l'autografo posto alla base del quadro assume un valore intrinseco, un valore convenzionale pari a quello dei metalli preziosi. E’ per questo che Piero Manzoni, nel XX secolo proporrà la Merda d’artista da lui confezionata o comunque, etichettata, come spunto di numerosi approfondimenti divertenti, ma estremamente validi, come quelli sul rapporto tra povertà della materia prima e l’immenso valore aggiunto concordato dal mercato attorno a una semplice griffe, in grado di equiparare, come fece appunto Piero Manzoni, il valore delle feci d’autore a quello dell’oro, fondamento valutativo per i mercati economici. Il prezzo inizialmente proposto per la vendita era appunto la corrispondenza in peso al valore dell’oro.

 

 

Ciò spiega quanto nell’arte o in qualsiasi attività, la moda o il design avanzato e innovativo, si converga sulla netta riconoscibilità della firma (poi divenuta marchio o brand) che diviene oggetto di collezione per il valore simbolico ed economico che un’ampia comunità le riconosce, a prescindere dal valore effettivo di mercato che il prodotto stesso avebbe nel caso in cui lo stesso oggetto fosse prodotto da una bottega sconosciuta. È fin troppo facile proporre in tal senso la denuncia/provocazione e l’esempio di Manzoni riferendosi a famosi oggetti “griffati”, nella pelletteria e nella moda più in generale, che assumono senso e relativo valore, non solo se firmati, ma alle volte letteralmente ricoperti della firma.