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IL MINISTRO E LE DOMENICHE GRATIS AI MUSEI CHE VUOLE ABOLIRE

September 4, 2018

 

Se domenica scorsa 2 settembre, avete goduto della iniziativa ormai consolidata che vede i Musei di Stato (quelli quindi pagati con le tasse dai cittadini) sappiate che potrebbe essere l'ultima per visitare senza pagare gli Uffizi o il Colosseo. In autunno tutto cambierà: addio ingresso gratuito ogni prima domenica del mese, che era diventato un appuntamento e una buona abitudine italiana. Questa è almeno l'intenzione del ministro Bonisoli, ennesimo annuncio di un governo a cui piace dire molto in anticipo ciò che deve ancora fare. Senza spiegare troppo perché.

 

 

Con l’arrivo dell’autunno quindi saranno invece i singoli direttori dei musei a decidere. “Lascerò maggiore libertà ai direttori, ha sottolineato Bonisoli, se vogliono mettere una domenica gratuita non c'è niente di male, ma l’obbligo non va bene".  A ben immaginare, finirà nella probabile confusione; in cui, ad esempio a Roma, un direttore tiene aperto un Museo, e quello vicino no, oppure a Firenze gli Uffizi aprono la prima domenica, mentre l'Accademia l'ultima ed il Bargello nessuna.

 

Folla di visitatori alla Galleria degli Uffizzi

 

 

Secondo il ministro le aperture gratuite dei musei sono una buona idea solo in bassa stagione, tanto che aggiunge: "a Pompei: chi ci va a novembre?  Magari la prima o tutte le domeniche di quel mese si può aprire gratis perché non c'è tanta gente". La questione per il ministro, però, cambia nei periodi in cui ci sono molti turisti in giro per l'Italia: "Il problema è quando si viene costretti (?!) dal ministero ad aprire la prima domenica di agosto, con migliaia di turisti stranieri che arrivano e pensano che gli italiani sono pazzi perché li fanno entrare gratis". Bonisoli quindi ha spiegato: "Non avete idea dei commenti che sento a livello internazionale. Non capiscono questa strategia e non l'apprezzano. Rischiamo di svalutare" - ha concluso il ministro. 

 

Folla di visitatori al Louvre

 

 

Suggerirei al ministro di spiegare "a livello internazionale" che dal nostro punto di vista, magari, l'arte è un bene comune, che dovrebbe essere SEMPRE gratis, ma che purtroppo siamo costretti a far pagare i biglietti nei restanti giorni del mese, e se questo non bastasse, gli ricorderei che in molti musei statali negli Stati Uniti e nel Regno Unito sono gratuiti tutto l'anno. 

Oggettivamente, la prima domenica del mese gratuita nei musei, dal 2014 a oggi ha prodotto un boom di visite, e che comunque in un Paese come l'Italia che è fatto di città d'arte, e che quindi i flussi economici di una iniziativa vanno valutati anche alla luce dell'indotto che questa genera sul tessuto economico e sociale che vi gira intorno, visto che i musei interessati sono quelli dello Stato.

 

Visitatori al Cenacolo di Leonardo 

 

 

Ed allora perché eliminare qualcosa che funziona? Uno strumento semplice che ha contribuito ad aumentare gli accessi ai siti, che ha coinvolto milioni di persone, che ha consentito a tante famiglie con poca disponibilità economica di godersi un pomeriggio d’arte e cultura (e stare insieme), risparmiando decine di euro. Una misura il cui successo è certificato dai numeri. Sicuramente l'iniziativa va valutata anche in termini di cifre "perse" per le biglietterie.

 

Visitatori della Gioconda 

 

 

Quanto avrebbero guadagnato in più, piccoli e grandi musei, se per tutte queste domeniche, dal 2014 in qua, il pubblico avesse regolarmente pagato? In teoria un bel gruzzolo a sei zeri. Da investire magari nei vari capitoli che riguardano manutenzione, restauro, valorizzazione, comunicazione. Argomenti a cui, da queste pagine, prestiamo sempre grande attenzione, ma allora per avere una visione d'insieme va tenuto altrettanto presente l'indotto economico e sociale che questa iniziativa ha prodotto in un Paese come l'Italia che è fatto non di singoli musei, ma di città d'arte e visto che i musei interessati sono quelli dello Stato, e non dei direttori pro tempore.

Visto che i calcoli e le stime, quindi, non si fanno con i “se” e non si coniugano al condizionale. Le variabili reali da considerare sono tante: senza la domenica gratuita quale sarebbe stato il flusso dei visitatori, paganti e non?

 

 

 

Qualche dato

 

I dati diffusi dal Ministero, rispetto agli anni post riforma, sono tutti più che positivi, con un trend in salita perenne che riguarda, in media, tutte le aree museali e monumentali. Prendiamo come esempio il Colosseo: visitatori aumentati del 13,6%, nel primo triennio, passando dai 5,8 milioni del 2013 ai 6.408.852 del 2016, con un picco di 6.551.046 nel 2015 (+6% rispetto al 2014). Nel 2017 il record, con la soglia dei 7 milioni di ingressi ampiamente sfondata.

 

 

lo spot delle domeniche al museo

 

 

Cifre gonfiate, eccepirono alcuni, proprio in ragione di quelle domeniche gratis: dei quindici milioni di visitatori in più, diversi erano da attribuire a quel “regalo” mensile. Una nota che nulla toglie al provvedimento, anzi. È la prova, semmai, che l’intuizione era corretta. Molta più gente va al museo se incoraggiata dall’agevolazione economica, tanto che il trend di accessi paganti e non è costantemente aumentato raggiungendo, come abbiamo visto il suo record, proprio nell'ultimo anno.

 

 

Ma il dato non supporta la tesi dell’”impoverimento delle casse” a cui pare si appelli il ministro: a crescere, in realtà, sono stati anche gli incassi, in modo inequivocabile. Nonostante le giornate gratis. Tornando ai bollettini ministeriali di cui sopra, si apprende così che gli introiti totali relativi a musei, circuiti museali, monumenti e aree archeologiche, sono passati dai 40,7 milioni del 2013 ai 45,4 del 2016, con un bel traguardo raggiunto nel 2015, pari a 45,7 milioni. Nel 2017 si è arrivati quindi alla super cifra di 48,6 milioni. Anche qui il trend è in continua ascesa, con Colosseo e Fori Imperiali costantemente in testa, subito seguiti (con ampio distacco) da Pompei e poi dagli Uffizi. Le domeniche open, dunque, non hanno indebolito le finanze dei tanti gioielli statali, raggiunti da milioni e milioni di visitatori, paganti e non.

 

 


Soprattutto paganti, in vero, visto l’altro dato significativo fornito dal Mibact: a crescere di più è stato proprio il pubblico che ha messo mano al portafogli (dai 17,649 milioni del 2013 ai 24 milioni del 2017, per un +37%), rispetto a quello che ha usufruito della gratuità (+25%). Insomma l’impatto “pubblicitario” delle domeniche, stigmatizzato dal neoministro, è proprio l’elemento positivo di questa storia. Molte persone hanno “scoperto” i musei (magari i musei dietro casa, fino a ieri misconosciuti), ne hanno parlato con altri conoscenti, li hanno raccontati ai parenti e agli amici, gli hanno fatto “pubblicità” e molta più gente c’è poi andata, anche e soprattutto pagando.

 

 

Regalare fa bene alla cassa


 

Prestazioni dunque migliorate, almeno dal punto di vista numerico. ed anche sul piano dei guadagni. Come si spiega? Sarà forse quel sano, imprevedibile, straordinario effetto virale, su cui sempre si spera quando si facilita l’accesso alla cultura? Dischiudere luoghi, porgere bellezza, incoraggiare alla conoscenza, è una prassi che non si conclude in sé stessa ma che si autoalimenta, tramutandosi in abitudine, in educazione. La cultura produce cultura, detto in tre parole, e con cui ci si può anche mangiare, parafrasando un altro ex ministro. La gratuità diventa volano, strategia di comunicazione, stimolo progressivo: soffermarsi in generale su un simile ragionamento, soprattutto se suffragato da dati concreti, potrebbe rivelarsi strategico.

 

l'interno del MAXXI di Roma

 

 

Immaginiamo che essendo quindi ineccepibili i dati numerici ed economici, il ministro ed i detrattori dell'iniziativa vogliano puntarsi sui capitoli della “qualità dell’esperienza del visitatore” e “qualità dei contenuti” ma che sono sono altro tema, e sollevano altre questioni. A parziale sostegno della sua posizione il ministro cita il direttore degli Uffizi, Eike Schmidt, il quale sostiene che le domeniche gratuite “andrebbero ripensate". "Credo che questa iniziativa abbia perso, gradualmente, di senso”. queste le sue parole, che non sono esattamente una bocciatura, ma piuttosto un invito, da parte del direttore di un museo che probabilmente meno di altri ha bisogno dei ritorni di questa iniziativa.

 

Visitatori al Colosseo

 

 

Diverso sarebbe stato se a sostegno il ministro avesse prodotto osservazioni circa i condizionamenti oggettivi e delicati che le 12 domeniche all’anno hanno sulla sicurezza, sull’organizzazione e sull’affollamento che si crea. Come ogni iniziativa, quella delle domeniche gratuite con il tempo e la stabilizzazione mostra le sue criticità e va e può essere migliorata per porvi rimedio, magari perfezionandola salvando però il principio. Un esempio può essere quello di mantenere l’iniziativa  introducendo dove e nei periodi in cui sia necessario il numero chiuso dei visitatori, magari con delle prenotazioni nei mesi di punta, il che per quanto spiacevole, risolverebbe i problemi di sicurezza e gestione.


 

Musei gratis di default, per tutti? Anche no.

 

 

Indubbiamente gli introiti dei biglietti sono essenziali per la vita del patrimonio storico-artistico, tra sedi espositive, monumenti e collezioni: pagare per produrre e vivere cultura è giusto, a proposito di coscienza collettiva e di spirito civico: musei e cultura diffusa gratuitamente a tutti è un mito ideale, ma al momento non di questa Terra e tantomeno di questa Italia. Resta però importante valutare il ritorno potenziale restituito da una politica a lungo termine, basata anche sull’apertura, sulla condivisione, sul dono, sulla lenta possibilità di far abituare e appassionare. Avvicinare, rendere normale qualcosa di straordinario, gettare dei semi.

 

Visistatori del tondo Doni di Muchelangelo

 

 

Alla lunga è un approccio che paga. Derubricarlo a “pubblicità” in accezione negativa è corretto? O è più corretto parlare di un approccio intrinsecamente culturale? E poi cosa c’è di male se delle istituzioni culturali si fanno “pubblicità” per arrivare ad allargare il proprio target?
Il rischio che l’effetto diminuisca, dopo la prima ondata di entusiasmo, c’è ed è connaturato alle iniziative di promozione; ma dopo quattro anni dall’introduzione della norma i numeri raccontano qualcosa di diverso. E sembrerebbero rafforzare la tesi del “principio ideale”, con lo Stato nei panni di regista unico, responsabile di alcuni minimi strumenti chiave che superino la specificità di singoli territori e singoli musei. Un fatto di approccio, di impostazione generale, tra educazione, governance ed etica dei beni culturali.

 

 

Gli Stranieri che non capirebbero... ma lo fanno

 

 

“Migliaia di turisti stranieri che arrivano pensano che gli italiani sono pazzi a regalare i propri tesori“ è l'altra preoccupazione del Ministro. Il sentore di provincialismo in questa considerazione è forte: esiste e deve esistere il coraggio di sperimentare modelli caro Ministro; tanto più in un Paese come il nostro ricco per quantità e qualità d'arte come nessun altro ha il diritto se non il dovere di reinventarsi sulla base della propria singola storia e condizione socio-culturale. Anche se lo “straniero” critica, pazienza, prima o poi capirà.

 

 

Ma soprattutto, non convince quel riferimento generico agli "stranieri"; ma quali stranieri? Nel Regno Unito e negli USA, ad esempio, l’accesso alle grandi collezioni museali di Stato è molto spesso gratuito (non solo 12 giorni l’anno!) mentre le mostre si visitano a fronte di regolare ticket; e così in Germania e in Francia sono tante le occasioni in cui si entra liberamente in un museo: il Louvre, per citare un caso esemplare, che a differenza di molti sconosciuti musei italiani di pubblicità non ha bisogno davvero, ogni prima domenica del mese è gratis per tutti. Ma guarda un po’.

 

 

Vita da biglietto

 

 

Certo è che in molti paesi la vita dei musei è fortemente legata ai finanziamenti privati, tra aziende, fondazioni, banche, mecenati, grazie a un sistema fiscale vantaggioso e a un’abilità nel perseguire politiche di fundraising coltivata da decenni. L’Italia è ben lontana da una messa a regime veramente fruttuosa, virtuosa.
Eppure, anche in quest’ottica, il lavoro di Franceschini acquista un più preciso significato, se è vero che una riforma non va mai analizzata nelle sue singole parti, a discapito della coerenza e dell’armonia complessiva.

 

 

 

Ecco che l’introduzione dell’Art Bonus, rivedibile su altri punti, indica insieme agli ingressi agevolati, un sistema coordinato di management con l’introduzione dell’autonomia, i concorsi per i direttori-manager; insomma una direzione chiara: lavorare per aumentare l’apporto di risorse private, svincolando i siti dal giogo del biglietto come unica fonte di sussistenza. Fare cassa è importante, ma non è tutto. O il rischio è che la mission culturale, l’unica davvero essenziale, tanto piu per i Musei dello Stato, si tramuti in puro business take away, come capitò qualche anno fa in cui i musei chiudevano perche... affittati per feste private!

In ultima analisi, pensare di legare il sostentamento dei musei, la copertura dei loro costi e della loro produzione di qualità all'incasso dei biglietti è una chimera ampiamente fallace ed una visione ottocentesca della gestione della cultura.

 

 

Politica dell'annuncio pro domo a?


 

Dell'annuncio in piena estate di Bonisoli della revisione delle aperture domenicali gratuite ad oggi non c'è seguito concreto; comunque sia resta la domanda su quali siano gli obiettivi ed i metodi di questa revisione. Un piano coerente è ancora tutto da conoscere. Nel mentre, il giudizio va sospeso. Ancor più saggio sarebbe, per il Ministro, limitare le uscite-scoop in assenza di una pianificazione ragionata di (almeno) medio periodo, che sia complessiva, armonica, condivisa con le forze di governo. La prudenza conviene (soprattutto dopo l’ubriacatura di promesse vane, urlate nella più squallida campagna elettorale di sempre).

 

Il Ministro Bonisoli

 

 

Dunque, annunciare meno e comunicare i fatti solo dopo, al termine di un processo di scrittura delle norme e di discussione interna: è la strada migliore, anche perché si saprebbe cosa dire. Oppure tutto finisce per assomigliare a una specie di test, con eventuale retromarcia (come fu nel caso recente del “Bonus 18 anni”) utile a sondare le reazioni della massa e in particolare quelle del variegato bacino di elettori a cinque stelle.

In assenza di riscontri sulle reali intenzioni del Ministro ed in attesa di queste, affiora legittimo timore che si configurino o la scelta di una sorta di "decrescita (in)felice" applicata anche alla Cultura o che l'uscita del ministro sia un semplice, gratuito e dannoso lancio per sottolineare un desiderio di discontinuità politica, facendolo pagare alla cultura e agli italiani.

 

 

Marco O. Avvisati

 

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